di Riccardo Antoniucci (da Il Fatto Quotidiano)
03.04.2025

Il piano per la strisci a: divisa subito a pezzi
Tel Aviv punta all’emigrazione “volontaria” e fa pressione sull’Egitto (via Usa) a cui chiede il ritiro dei soldati dall’area del Sinai
Il 2025 sarà ancora “un anno di guerra”, ha detto il nuovo capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Eyal Zamir, nel suo primo discorso dopo l’insediamento a inizio marzo. L’ex capo del comando meridionale dell’Idf, già segretario militare di Benjamin Netanyahu, ha sostituito Herzi Halevi che il premier ha volentieri lasciato dimettere per addossargli la colpa delle falle di sicurezza del massacro del 7 ottobre 2023. Due settimane dopo quel discorso, il 18 marzo, Netanyahu ha ordinato a Zamir di riprendere le operazioni militari nella Striscia, buttando la colpa alla malafede di Hamas nei negoziati per il rilascio degli ultimi ostaggi. Da allora, i bombardamenti hanno ucciso oltre 1.000 persone, secondo i dati delle autorità di Gaza (il bilancio delle vittime dall’inizio del conflitto supera ormai 50 mila), sono riprese le operazioni via terra e sui telefoni dei gazawi (sia quelli tornati a Gaza City, Jabalia e Beit Lahia, sia quelli che dal distretto costiero di Al Mawasi avevano preferito andare a piantare le tende sopra le macerie delle loro case di Khan Younis o di Rafah) sono ricomparsi gli ordini di evacuazione.
Il ministro della Difesa di Tel Aviv Israel Katz (che ha sostituito Yoav Gallant), ha annunciato che le operazioni dell’Idf si espanderanno per “conquistare ampie aree che saranno incorporate nelle zone di sicurezza israeliane”. Poco dopo, Netanyahu ha annunciato che l’esercito stava “dividendo la Striscia” un’altra volta, creando un nuovo “corridoio” tra Rafah e Khan Younis, lungo la strada Morag. L’obiettivo dichiarato, “fare pressione su Hamas per il rilascio di tutti gli ostaggi”. Più vasto quello reale: costringere i palestinesi a un nuovo sfollamento verso aree ristrette della Striscia controllate a vista e svuotare tutto il resto dai suoi abitanti, nella prospettiva di spingere quanti più gazawi a emigrare. Con il beneplacito degli Usa di Donald Trump. Alle condizioni umanitarie attuali, con gli aiuti bloccati, gli ospedali ai minimi termini e le ultime panetterie chiuse, l’aggiunta dell’aggettivo “volontaria” a qualificare questa evacuazione appare un orpello.
Nuova strategia. Durante il primo anno di guerra, l’Idf ha proceduto svuotando progressivamente la Striscia lungo l’asse nord-sud, spingendo i civili palestinesi da Gaza city fino a Rafah e circondando le sacche di resistenza di Hamas. Oggi l’operazione militare ha parzialmente cambiato strategia. Discontinuità che Zamir ha l’interesse a cercare per lasciare il suo segno sulla più lunga offensiva nella Striscia mai lanciata (già dieci volte più lunga di Margine protettivo del 2014), ma le cui radici si trovano già “nell’isolamento” di Jabalia nei due mesi prima della tregua di gennaio.
Già a inizio marzo, prima che la tregua precipitasse, al Wall Street Journal erano arrivati piani per una “seconda invasione di Gaza con una potenza militare molto maggiore di quella dispiegata finora” e “l’obiettivo di mantenere il terreno e occupare”. Finora, l’offensiva si è incardinata sulla linea di forza nord-sud, tagliata in perpendicolare dai “corridoi” di Philadelphia (che sterilizza il confine con l’Egitto e chiude il valico) e Netzarim, appena a sud di Gaza City (che l’Idf dopo la tregua ha smobilitato con un “arrivederci presto”). Ora si aggiunge il terzo “taglio” di Morag a metà tra le due, ma soprattutto la strategia diventa ancora più “rizomatica” (già vice del generale Kochavi, anche Zamir è stato alla scuola del warfare new age che ha adattato la filosofia postmoderna deleuziana alle tattiche di counter insurgency, anti-guerriglia). L’idea che filtra, secondo fonti militari citate da diversi media israeliani, è moltiplicare le “aree umanitarie” in cui relegare i civili, come la zona costiera di Al Mawasi. La Striscia, già “sterilizzata” con una buffer zone interna spessa fino a un chilometro tutto intorno il confine con Israele, apparirebbe come una groviera inversa, con zone “svuotate” o “di combattimento attivo”, come le definisce l’Idf nei comunicati, e bolle piene di sfollati più o meno assistiti da iniziative umanitarie.
Meron Rapoport su +972 l’ha definita “campo di concentramento” (vedi intervista precedente): “Israele si sta preparando a trasferire con la forza l’intera popolazione di Gaza, attraverso una combinazione di ordini di evacuazione e intensi bombardamenti. Saranno aree chiuse, forse recintata, e chiunque venisse sorpreso al di fuori sarà ucciso”. Non è chiaro in che modo l’Idf ritiene di poter rendere “stagne” queste bolle rispetto alla guerriglia fluida di Hamas, (che secondo i servizi occidentali conterebbe ancora su 25 mila uomini, anche se con reclute più giovani e inesperte). Ma poco importa, perché l’obiettivo dell’operazione non sarebbe tanto il controllo, quanto spingere i palestinesi ad abbandonare la loro terra. Il nuovo capo dell’Idf, avrebbe per questo pronto un piano di invasione su vasta scala che mobiliterà nuove divisioni e molte unità di riservisti. Netanyahu punta a un “completo cambiamento delle regole del gioco”, con l’appoggio di Trump, scrive l’introdotto Amit Segal su Yedioth Ahronot.
Emigrazoine volontaria. Se l’estrema destra millenarista di Smotrich e Ben-Gvir vagheggia di reinsediare le colonie nella Striscia, la destra concreta attorno a Netanyahu sembra convinta che con Trump esistano le condizioni per provare a dare corpo all’idea di svuotare la Striscia dai palestinesi. Con una “emigrazione volontaria” ottenuta per sfinimento, sotto la pressione militare e a condizioni vitali tragiche. I media internazionali nelle ultime settimane hanno raccontato che Netanyahu avrebbe incaricato il Mossad di negoziare con il Sudan, il Sud Sudan e il Somaliland le condizioni perché accolgano i gazawi, con lo stesso spirito (e probabilmente risultati) con cui dopo il 1967 Tel Aviv guardava al Sud America. Il vero interlocutore, però, sarebbero i Paesi arabi confinanti. L’Egitto, la Giordania, forse il nuovo Libano con Hezbollah ridotto alla minorità e la nuova Siria post-Assad. Paesi che, con tutta la Lega araba, rifiutano da tempo l’idea. E hanno proposto un loro progetto di ricostruzione a Gaza, che aggiunge investimenti internazionali ma lascia Hamas e i palestinesi dove sono. Israele avrebbe anche già chiesto agli Usa di mediare con l’Egitto perché ritiri il suo esercito dal Sinai.
Le “bolle umanitarie”. Accanto ai piani militari, il governo e l’esercito stanno elaborando nuove regole per gestire e controllare i flussi di aiuti alla popolazione di Gaza. Documenti visionati dal Fatto, circolati tra le ong internazionali e lo staff Onu, delineano intenzioni precise (ma piani ancora vaghi) per acquisire il controllo della gestione dei flussi di aiuti, estromettendo gli attori internazionali.
Le bozze circolate parlano della creazione di hub logistici, detti anche “campi chiusi” o “bolle umanitarie”, isolati e protetti da militari o da società di sicurezza private (contractor egiziani e statunitensi sono stati dispiegati nella Striscia dopo il cessate il fuoco per limitare i flussi via terra dei palestinesi), con flussi di aiuti gestiti direttamente da Israele.