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Il regolamento di conti interno agli apparati di governo israeliani è destinato a protrarsi ancora per molto

di Giacomo Gabellini

Una recente indagine avviata per ricostruire le dinamiche che hanno portato al disastro del 7 ottobre 2023 ha permesso allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano, di risalire a una serie di pagamenti inviati dal Qatar verso alcuni membri dell’ufficio del primo ministro, tra cui Eli Feldstein, Jonatan Urich e Yisrael Einhorn. Alcuni dei principali collaboratori di Netanyahu avrebbero in altri termini ricevuto cospicui fondi con il mandato di fornire alla stampa nazionale notizie utili a delineare un’immagine positiva dell’emirato, parallelamente impegnato da anni in una campagna di finanziamento di Hamas intermediata dal sistema bancario israeliano.

Il denaro qatariota, documenta un rapporto dello Shin Bet risalente al 4 marzo, si è rivelato tuttavia utilissimo anche a irrobustire militarmente Hamas. Nello specifico, il Qatar avrebbe riversato nella Striscia di Gaza circa 1,5 miliardi di dollari tra il 2012 e il 2021, erogati sotto forma di assistenza per garantire la sussistenza della popolazione, il pagamento dei salari dei dipendenti pubblici e la manutenzione delle infrastrutture. Tra il 2018 e il 2023, i trasferimenti di denaro sarebbero stati espletati attraverso valigie diplomatiche piene di contanti, per un ammontare di circa 30 milioni di dollari al mese.

Il lavoro svolto dallo Shin Bet inchioda quindi il governo alle sue enormi responsabilità rispetto ai fatti del 7 ottobre, nell’ambito di un’indagine di cui il direttore del servizio Ronen Bar ha rivendicato la paternità e sottolineato la rilevanza. In una lettera recapitata ai ministri del governo lo scorso 20 marzo, Bar ha sottolineato che gli sforzi investigativi profusi sotto la sua supervisione sottendono a “una responsabilità pubblica di altissimo livello”, e richiamato l’attenzione generale sulle ricadute fortemente negative che il sabotaggio dell’inchiesta produrrebbe sulla sicurezza nazionale, con il Paese in guerra e alle prese con la delicatissima questione degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas.

⁠ Nei mesi precedenti, lo stesso Bar aveva posto ripetutamente l’accento sulle pericolose implicazioni per la deterrenza israeliana del processo di polarizzazione domestica incentivato dalle iniziative del governo, quali la riforma giudiziaria e il trattamento di favore riservato agli Haredim.

Non stupisce pertanto che Bar sia finito nel mirino di Netanyahu, che ne ha disposto la rimozione dai vertici dello Shin Bet sulla base di una supposta “perdita di fiducia nei suoi confronti”. Una motivazione debole, in grado di convincere ben pochi israeliani sia a livello di popolazione che di classe dirigente. Lo si evince dalle imponenti e partecipatissime manifestazioni di piazza organizzate per stigmatizzare il licenziamento, che secondo l’ex generale ed esponente di spicco dell’opposizione Benny Gantz rappresenta “un colpo diretto alla sicurezza dello Stato e all’unità della società israeliana, sferrato per motivi politici e personali”.

Anche l’Alta Corte israeliana si è pronunciata sul punto, imponendo il divieto di “intraprendere qualsiasi azione che mina lo status del leader dello Shin Bet, Ronen Bar” fintantoché “la base fattuale e legale della decisione non sarà completamente esaminata […]. Il ruolo del capo dello Shin Bet non è una questione di fiducia personale del primo ministro”. La delibera recava la firma della procuratrice generale Gali Baharav-Miara, nei confronti della quale il governo ha disposto all’unanimità l’avvio della procedura di impeachment che sta de facto aprendo il varco al rilancio del programma di riforma giudiziaria proposto nel 2023 e sospeso per effetto delle pesanti contestazioni popolari. Un piano a dir poco controverso, inteso a rafforzare la capacità di condizionamento dell’esecutivo sul sistema giudiziario e identificato dallo stesso Gantz come il potenziale fattore scatenante di una guerra civile su vasta scala.

La rimozione di Bar e il discredito di Baharav-Miara segnano due colpi vincenti per Netanyahu, che ha simultaneamente consolidato la posizione del governo attraverso il reintegro di Itamar Ben-Gvir.

Sebbene sembri volgere decisamente a suo favore, il confronto senza esclusione di colpi ingaggiato da Netanyahu contro componenti chiave dello “Stato profondo” israeliano potrebbe tuttavia riservare qualche pesante contraccolpo per il premier stesso. Lo si evince dalle esternazione di un ex direttore dello Shin Bet, Nadav Argaman. Durante una trasmissione televisiva trasmessa da “Channel 12”, Argaman ha dichiarato che “è abbastanza chiaro che ho accumulato una grande quantità di informazioni che posso mettere a frutto […]. Al momento, tuttavia, mi riservo di tenere tutto ciò che è in mia conoscenza tra me e il primo ministro”, e al fuori dalla sfera pubblica. Lo stesso ex direttore dello Shin Bet ha però messo in chiaro che, qualora le azioni del premier dovessero configurare serie violazioni di legge o comportare seri rischi per lo Stato d’Israele, “allora non avrò scelta e rivelerò tutto ciò che so e che mi sono astenuto dal rendere di pubblico dominio fino ad ora”. Dichiarazioni clamorose, puntualmente impugnate da Netanyahu per denunciare Argaman di ricatto e violazione dei regolamenti dello Shin Bet che proibiscono la divulgazione di informazioni acquisite nell’ambito del carriera professionale.

Significativamente, la gestione del caso è stata affidata alle forze di polizia, che agiscono sotto la direzione di Ben-Gvir. Segno che il regolamento di conti interno agli apparati di governo israeliani è destinato a protrarsi ancora per molto, così come i conflitti alle frontiere la cui prosecuzione a tempo indeterminato rappresenta la principale ancora di salvezza per il premier Netanyahu.

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