di Aya Ashour (dal Fatto Quotidiano di oggi 19.03.2025)

Scherzo del destino. Trovo il coraggio di andare e poi l’esercito di occupazione israliano ci attacca di nuovo

Rientro nell’asse di Netzarim dopo mesi proprio mentre Israele riprende i suoi attacchi. Da giorni evitavo di andare alle rovine della mia casa. La tregua ha reso possibile la visita alla mia città natale, al-Mughraqa. Dal giorno in cui è stato permesso il ritorno, tutta la mia famiglia è andata a vedere le macerie della nostra casa, tranne me e mia sorella Noor. Non riuscivamo a trovare il coraggio di rivedere la nostra città distrutta. Sono passati più di cinquanta giorni dal cessate il fuoco e solo venerdì scorso ho finalmente trovato la forza e il coraggio di preparare questa visita. Mia madre, le mie sorelle Noor, Jana e Rola, mio fratello Ahmed e io sabato partiamo alle nove del mattino. Come mezzo di trasporto troviamo solo un carretto trainato da un asino, che dalla mia attuale sede di sfollamento a Deir al-Balah, nel centro della Striscia, ci avvicina ad al-Mughraqa, sei chilometri di distanza. Il carretto ci lascia a metà strada, nel punto in cui il passaggio è vietato ai veicoli. Camminiamo poi per altri tre chilometri.

Per tutto il viaggio guardo con sgomento la strada che porta alla mia città. Se questa è solo la strada, come deve essere la città stessa? Il mio cuore si spezza quando raggiungiamo il bivio che da Wadi Gaza porta al centro: non riconosco i punti di riferimento. Cammino su un sentiero sabbioso che ricordavo asfaltato. Mio fratello Ahmed, di nove anni, mi tiene per mano. Ci è già stato sei volte con mio padre. Mi indica i punti di riferimento: “Qui c’era la clinica al-Mughraqa, qui la farmacia, qui la moschea, qui la casa di tal dei tali, qui la strada che portava ad al-Zahraa, qui la fabbrica di pietra, qui il distributore di benzina”. Cammino stordita. Mia sorella Noor dice a mia madre che riconoscerà subito le rovine della nostra casa, che non gli servirà l’aiuto di Ahmed. Invece, non ci riesce neppure lei. Siamo arrivati. Mio fratello mi tiene ancora per mano e mi guida, mentre io sotto choc chiedo ripetutamente: “Dov’è la nostra casa? Dov’è…?”. Mi lascia, corre in un punto e raccoglie dei pantaloni tra le macerie: “Ecco, Israele ti ha lasciato i tuoi pantaloni”.

Giro intorno ai resti di casa e mi scorre davanti la mia vita. Il muro della mia camera da letto, riconosco il colore delle pietre. Altri brandelli dei miei abiti: il mio vestito estivo preferito, la borsa che mi regalarono al diciannovesimo compleanno, la teglia per le torte, i pantaloni di mio padre, i miei libri universitari, pagine strappate sparse per terra. Recupero tre libri rimasti interi. Spazzo via la polvere e li stringo al petto. Fatico a comprendere il peso dei ricordi ridotti a un silenzioso mucchio di pietre. Noor e io alterniamo lacrime e risate. Lei vuole andare a vedere cosa è rimasto della sua scuola media. Nonostante il rischio di mine antiuomo, camminiamo per altri dieci minuti. Altre macerie. Sentiamo il ronzio dei droni israeliani sopra di noi. Noor cerca qualcosa, qualsiasi cosa, ma non trova nulla della scuola: l’amore per il teatro, la passione per la scrittura e la recitazione di poesie, i concorsi. Ora solo macerie e quel ronzio nemico dove gli studenti cantavano l’inno nazionale palestinese. Camminando ancora in un punto scorgo dei fiori gialli selvatici farsi spazio tra le macerie. La bellezza cerca di imporsi sulla distruzione, come se questo luogo stesse cercando di guarirsi le ferite coi fiori della sua terra.

Poi ritorniamo a Deir al-Balah. È la notte di lunedì, mi sveglio al suono dei missili che ci sorprendono ancora una volta nel sonno, finalmente capisco: sono ritornata ad al-Mughraqa perché temevo di perdere la possibilità di rivedere la mia città e le rovine di casa. Una voce mi diceva: “Vai, perché potresti non avere un’altra opportunità”. Se non fossi andata me ne sarei pentita per sempre, credo sia stata l’ultima volta. I carri armati potrebbero tornare a spianare anche le macerie, cancellando pure i frammenti dei ricordi. Potrei non vedere più le pietre della mia camera da letto. Io e la mia famiglia siamo di nuovo sotto la minaccia della morte. A essere sincera, se questa guerra continuasse, preferirei morire piuttosto che sopportare ancora. Israele sostiene di colpire Hamas, ma siamo noi a pagarne il prezzo. E la verità è che nessuno si preoccupa di noi: né Hamas, né Israele, né gli arabi, né l’Occidente. Stiamo morendo qui nell’oscurità, con tutta la forza militare di Israele che ci schiaccia in una vendetta implacabile e spietata. Noi, che un tempo avevamo sogni, ricordi o almeno rovine a cui tornare.

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